lunedì 6 gennaio 2014

Troppe nave dei veleni affondate nei mari italiani



Un documento inedito, cioè la parte segreta di una seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti dice che le navi cercate a Cetraro sono tre, non una. E che sono stati pescati fusti in mare. Ma nessuna delle tre navi corrisponde alle misure e alla profondità del "Catania", il relitto della prima guerra mondiale ritrovato proprio dove si credeva potesse esserci una nave dei veleni.
Così, dopo la dichiarazione di chiusura del caso di Cetraro, una mera ipotesi, oggi ritorna a prendere corpo. Come resta, nero su bianco, il verbale che riporta tracce di cesio rinvenute nei pesci. Analisi, lo ricordiamo, scomparse nel nulla. L’ inedito si riferisce ad una seduta del 24 gennaio 2006 dove il pm Franco Greco, che all'epoca aveva aperto l'inchiesta sulla nave di Cetraro, dice davanti alla commissione che i pescatori della zona hanno pescato dei bidoni: "Ho cercato in tutti i modi di capire quale fosse il luogo preciso. Mi sono state date delle coordinate, che ho riportato al consulente, per verificare il sito.... Ed è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri. I consulenti non si spiegano cosa sia. Potrebbe essere una nave... si trova a 680 metri di profondità".
Una nave, non l'unica nave. Si legge nel documento di un secondo ritrovamento: una nave lunga tra gli 88 e i 108 metri, larga dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità. Intorno alla pancia di questo relitto c'è un alone di 200 metri quadri, scuro, che non può essere liquido e deve per forza essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito".Greco ha chiesto alla Capitaneria di Porto se c'erano navi da guerra affondate in quell'area. Alla Capitaneria non risultavano unità da guerra. Risultava solo una nave affondata nel 1989, a 15 miglia, verso Scalea. Incrociando dati con l'ufficio maridrografico di Genova, Greco scoprì che esisteva un relitto della prima guerra mondiale ma scoprì anche due grandi punti interrogativi: la nave risulterebbe affondata nel 1920, cioè dopo la fine della guerra. Si chiamava "Federico II", ma gli atti sono "classificati, ossia coperti da segreto militare". Un segreto militare dopo ottanta anni dall'affondamento?


La nave di cui parla invece Fonti sarebbe affondata nel '92. Le mappe nautiche riportano la Federico II dal 1993, come relitto non pericoloso con battente d'acqua sconosciuto. "Il che vuol dire - dice il pm Greco - che non sanno cos'è; ma allora come fanno a dire che non è un relitto pericoloso? Ho chiesto il motivo per il quale questa nave non è stata mai riportata nelle mappe nautiche e non mi hanno saputo dare una risposta". Nella zona della nave Federico II la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò la pesca per un anno e quattro mesi perché proprio lì le analisi hanno rilevato metalli pesanti, tra cui arsenico e mercurio, fuori dai livelli consentiti. Come mai proprio in quel punto la concentrazione dei metalli?
La seduta segreta tra Greco e la commissione viene sintetizzata in una domanda che lo stesso Presidente della Commissione rivolge al pm: "Dottore, mi faccia capire, mi sto perdendo. C'è quindi una nave certa, una che si vede e una che potrebbe esserci". E il pm risponde: "Sì, quello è il posto dove sono stati trovati i bidoni".


Non era la ’Cunski’ la nave affondata al largo di Cetraro in Calabria", "caso chiuso". Lo hanno detto ottobre 2009, in una conferenza stampa presso la Direzione nazionale antimafia (Dna), il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore capo della Dna Piero Grasso. Il ministro Prestigiacomo ha precisato in conferenza: "Non è la nave dei veleni ma è la nave passeggeri “Catania”, costruita a Palermo nel 1906 e silurata nel corso della Prima guerra mondiale il 16 marzo 1917».Lo hanno stabilito le ricerche della nave "Mare oceano", noleggiata (a 40.000 euro al giorno) dal governo per svelare l’identità del relitto e verificare, nei pressi, eventuale inquinamento radioattivo delle acque. La "Mare Oceano" è di Diego Attanasio, armatore coinvolto nel caso Mills-Berlusconi


Tre navi “sospette” e una strana sostanza: la polvere di marmo. Granulosa e sottile, capace di schermare le scorie radioattive. Di limitarne la devastante capacità inquinante durante il trasporto e di renderle invisibili ai rilevatori durante i controlli nei porti. Una polvere che, dalle carte d’imbarco, risultava custodita in grandi quantità nelle stive di alcune imbarcazioni affondate in circostanze poco chiare nel Mediterraneo tra il 1986 e l’88. Tre sono colate a picco in acque internazionali, davanti alle coste calabresi: la “Mikigan” il 31 ottobre del 1986, venti miglia a sud-ovest di Capo Vaticano; la “Rigel” il 21 settembre 1987, venti miglia al largo di Capo Spartivento; e la “Four Star I” il 9 dicembre 1988 in un punto imprecisato del mar Jonio meridionale. La prima era partita dal porto di Marina di Carrara, la seconda pure, la terza, invece, proveniva da Barcellona (Spagna). La “Mikigan” rimase a galla per dodici ore, la “Rigel” per diciotto: l’equipaggio, che non lanciò incredibilmente l’SOS, venne soccorso da una nave iugoslava – la “Karpen” – che stranamente si trovò sul luogo del naufragio. Il comandante ed i marinai, tuttavia, anziché essere portati in un porto calabrese o siciliano, furono fatti sbarcare in Tunisia e non vennero mai più rintracciati. L’armatore ed i caricatori del natante, invece, finirono sotto processo e quindi condannati per truffa alle assicurazioni con una sentenza emessa dal Tribunale di Livorno, poi passata in giudicato nel dicembre del 2001. Il relitto della “Rigel” non è mai stato ritrovato proprio perchè vennero trasmesse ai Lloyd’s di Londra coordinate del punto di affondamento diverse da quelle reali.La “Four Star I”, battente bandiera dello Sri Lanka, finì sui fondali dello Jonio in circostanze mai completamente ricostruite e in un punto non individuato. I relitti delle tre imbarcazioni, peraltro, non sono mai stati ritrovati. All’epoca dei naufragi, peraltro, era difficile immaginare inquietanti contesti animati da faccendieri e imprenditori senza scrupoli coinvolti nell’illecito smaltimento di rifiuti radioattivi. Gli affondamenti diventavano oggetto d’attenzione solo per i Lloyd’s londinesi e, probabilmente, per i servizi di sicurezza dei Paesi mediterranei. Eppure, già negli anni ’80, lo smaltimento illegale delle sostanze altamente nocive rappresentava un enorme business. Il metodo più semplice, efficace e redditizio per liberarsi dei rifiuti speciali era quello di mandarli in fondo al mare, attraverso il pilotato naufragio di imbarcazioni regolarmente assicurate e abbondantemente usurate. L’espediente, con la compiacenza degli equipaggi, garantiva due risultati: l’incasso della polizza e lo stoccaggio a prezzi ridotti del “materiale” inquinante. Le indagini sulle “navi dei veleni” condotte dalla magistratura di Reggio Calabria, cominciate dal pm Francesco Neri e concluse dal suo collega Alberto Cisterna, non hanno però sortito i risultati sperati. L’impegno dei magistrati inquirenti e degli investigatori è stato eccezionale ma la cortina fumogena azionata per coprire l’immondo traffico ha obiettivamente impedito ai togati di far luce sui complessi accadimenti. C’è un’altra nave, la “Aso”, che naufragò il 16 maggio 1979 a largo di Locri e di cui nell’inchiesta di Reggio figuravano stazza, carico e coordinate di rotta. Trasportava 900 tonnellate di solfato ammonico. L’ufficiale di Marina Natale De Grazia, morto il 13 dicembre 1995, l’aveva inclusa nel lungo elenco degli affondamenti sospetti. Con altre imbarcazioni che dormono, da anni, a più di mille metri di profondità: la “Koraline”, colata a picco il 7 novembre 1995, cinquanta miglia a nord di Ustica; la “Marco Polo” affondata nel Canale di Sicilia il 14 marzo 1993; e la “Alessandro I” naufragata il primo febbraio 1991 a largo di Molfetta. Scheletri di ferro divenuti sinistri guardiani degli abissi mediterranei. Relitti di cui il pentito Francesco Fonti non sa nulla e che dalle carte nautiche internazionali risultano davvero affondate. Dettagli tecnici e alcune delucidazioni fornite dai magistrati calabresi sul pentito di ’ndrangheta Francesco Fonti, che confessò d’aver personalmente affondato tre navi, nei mari della Calabria, cariche di rifiuti tossici. Dalla storia di queste imbarcazioni bisognerà ricominciare per far luce sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi di cui parlarono – dieci anni prima del discusso collaboratore di giustizia calabrese – manager e faccendieri del calibro di Marino Ganzerla, Renato Pent, Aldo Anghessa e Gianpaolo Sebri. Navi che aspettano di essere trovate…


Sarebbe altresì interessante capire perché, nel 2008, il Dipartimento di Reggio Calabria dell’Arpacal abbia evidenziato nelle acque di Cetraro, esaminando le specie ittiche per i radionuclidi appartenenti alle famiglie dell’uranio, del torio e del cesio, la presenza di tracce di Cesio 137".

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