mercoledì 23 agosto 2017

I probiotici aiutano nei disturbi gastro-intestinali e nella depressione

I probiotici possono alleviare i sintomi della depressione, e aiutano nei disturbi gastrointestinali.
In un recente studio , al Health Research Institute Farncombe famiglia Digestive si è scoperto che  molti adulti con sindrome dell'intestino irritabile (IBS) riportano miglioramenti dalla co-esistente depressione prendendo uno specifico probiotico rispetto agli adulti con IBS che  prendono solo un placebo.
Vengono fornite ulteriori prove su come il contesto microbiota negli intestini è  in comunicazione diretta con il cervello, ha detto Premysl Bercik, professore di medicina presso la McMaster e gastroenterologo per Hamilton Health Sciences.
"Questo studio dimostra , -ha detto inoltre- che il consumo di un probiotico
specifico è in grado di migliorare i sintomi intestinali e problemi psicologici in IBS. Apre nuove strade non solo per il trattamento di pazienti con disturbi intestinali funzionali, ma anche per i pazienti con malattie psichiatriche primarie".
IBS è il disturbo gastrointestinale più comune nel mondo, molto diffuso in Canada. Esso colpisce l'intestino crasso e i pazienti soffrono di dolore addominale e di alterate abitudini intestinali, come diarrea e costipazione. Inoltre sono spesso colpiti da ansia cronica o da depressione.
Lo studio ha coinvolto 44 adulti con IBS e da lieve a moderata ansia o depressione. Sono stati seguiti per 10 settimane e, la metà ha preso una dose giornaliera di probiotico Bifidobacterium longum NCC3001, mentre gli altri assumevano solo un placebo.
A sei settimane, 14 dei 22, o 64%, dei pazienti che hanno assunto il probiotico facevano registrare una diminuizione nei punteggi che testano lo stato di depressione, rispetto a sette dei 22 (o 32%) dei pazienti trattati con placebo.
“Una risonanza magnetica funzionale (fMRI) ha mostrato che il miglioramento nei punteggi di depressione, associato a cambiamenti in molteplici aree cerebrali coinvolte nel controllo dell'umore. Per identificare il probiotico, si è provato in modelli preclinici -ha detto Bercik - e indagando  sui percorsi attraverso i quali i segnali provenienti dall'intestino raggiungono il cervello",.
"I risultati di questo studio-pilota ,- ha detto Maria Pinto Sanchez, ricercatrice  McMaster -.sono molto promettenti ma devono essere confermati in un futuro, con una prova su più larga scala".
Il probiotico è un batterio che è in grado di svolgere un effetto benefico e favorevole sulla salute. In particolare i probiotici svolgono una salutare azione benefica sulla flora batterica intestinale – oggi denominata microbiota – essendo in grado di ripristinarne i delicati equilibri. Per essere efficaci, però, questi batteri devono essere assunti vivi e in questa forma devono raggiungere l’intestino.
Il microbiota è diverso da individuo a individuo, già dalla nascita: il parto naturale permette di acquisire parte dei batteri dalla madre, mentre chi nasce mediante il parto cesareo svilupperà una flora batterica differente. Il latte materno trasmette i batteri che colonizzano l’intestino, ma anche i composti che, arrivando nell’intestino del bambino, facilitano la crescita dei batteri a effetto più favorevole.

Un intestino sano è popolato da un grande numero di ceppi batterici differenti
: una ricca flora intestinale salvaguardia da molti disturbi. In molte situazioni di malattia, invece, un ceppo batterico finisce per “dominare” sugli altri, e il numero di ceppi si riduce più o meno grandemente.
Spesso si  fa confusione tra due termini molti simili ma che funzionano in modo diverso. l probiotici sono integratori composti da batteri vivi fisiologici che non danneggiano la salute e apportano benefici. prebiotici invece non sono microrganismi vivi, rappresentano però il nutrimento per i probiotici. Ne sono un esempio i cibi ricchi di fibre. I batteri, infatti, nutrendosi delle fibre, crescono, si riproducono e colonizzano l’intestino. Questi sono importanti per:
  • Stimolare il metabolismo
  • Aumentare l’assorbimento dei sali minerali
  • Aiutare il sistema immunitario
  • Usufruire delle vitamine


domenica 20 agosto 2017

I MICROBI MANGIA-PETROLIO



Il petrolio che inquina un tratto di mare
Oltre 500 000 tonnellate di petrolio greggio sono finiti in mare, in uno sversamento durato più di 90 giorni. Il danno causato dal disastro alle risorse ambientali è stato di un totale di 17 miliardi di dollari. È la famigerata Deepwater Horizon, la macchia nera più studiata dagli scienziati, un involontario laboratorio a cielo aperto che sette anni fa ha inondato il Golfo del Messico con l’esplosione della piattaforma petrolifera della British Petroleum. Oggi sono state chiarite le ultime lacune di un aspetto fondamentale: il ruolo dei batteri mangiapetrolio.Insieme agli emulsionanti chimici usati per contenere lo sversamento, questi batteri hanno degradato da subito una grossa porzione del greggio finito nelle acque del Golfo. Ricercatori dell’Università di Berkeley, guidati dall’ ecologo Gary Andersen
, hanno simulato la loro attività sui “ plume ”,  cioè pennacchi di petrolio arrivati a grandi profondità. Il disastro ambientale, considerato lo sversamento di petrolio più grave della storia degli Stati Uniti, è stato unico nel suo genere anche per quanto è accaduto sott’acqua, ovvero il cosiddetto “ MOSSFA”, marine oil snow sedimentation and flocculent accumulation. Le argille del fiume Mississippi, insieme agli emulsionanti, hanno trasformato la neve marina (la mucillagine emessa dal fitoplancton in condizioni di forte stress, che forma dei “fiocchi”) in una sorta di tempesta marina e, pesanti particelle ricche di petrolio, sono precipitate sul fondale del golfo e si sono accumulate lì. Sul fondale, a circa due chilometri dalla superficie, si è formato un “abitante” nuovo: un plume di petrolio ed emulsionanti lungo più di 150 chilometri, difficili da studiare sia per la profondità alla quale si trovava che per l’enorme area colpita dal versamento. Andersen e colleghi hanno raccolto campioni d’acqua sul luogo dell’incidente per quattro anni dopo lo sversamento e, impostato una sorta di microecosistema controllato, hanno ricreato all’interno di bottiglie una sospensione di piccole gocce di greggio insolubili, unite alla frazione più solubile del petrolio e agli emulsionanti. Praticamente una “conserva” di plume fatta in casa per studiare il fenomeno in miniatura e la composizione del campione, nonché dei microbi che lo degradavano nel corso dei primi 64 giorni. Stavolta da vicino.  La prima cosa che è successa nelle bottiglie è stata una rapida crescita di un microbo già noto agli scienziati per il suo ruolo fondamentale nelle fasi iniziali del versamento, ma che era sfuggito alle ricerche precedenti. Sequenziandone il genoma, gli ecologi hanno documentato il suo meccanismo per degradare il petrolio e dato al batterio un nuovo nome: Bermanella macondoprimitus
. L’utilizzo degli emulsionanti è stato fondamentale: poiché hanno separato il petrolio in piccole gocce che sono rimaste a galla e hanno impedito a una grossa porzione del greggio di raggiungere la superficie. Batteri come B. macondoprimitus, precisa Andersen , sono “altamente specializzati” per crescere usando delle specifiche componenti del petrolio come “fonte di cibo” e l’ampia superficie d’azione fornita dalle gocce ha consentito loro di degradare il petrolio in modo efficace. Un lavoro di squadra tra batteri e agenti chimici. Farsi aiutare dalla genetica ha permesso di identificare il genoma di tutti i microbi che hanno pasteggiato con il petrolio, oltre agli specifici geni che consentono loro di degradarlo. “Ora , conferma Andersen, possiamo identificare gli specifici organismi che entrano in gioco dopo un versamento e “calcolare il tasso di degradazione del petrolio, per stabilire quanto tempo sarà necessario per consumare quello arrivato in profondità”. Nella speranza che un disastro simile non si verifichi mai più, conoscere questi meccanismi permetterebbe comunque di arrivare più preparati.


È anche possibile che le condizioni ambientali del Golfo del Messico – dove la piattaforma Deepwater Horizon estraeva da uno dei pozzi più profondi per il tempo, con un fondale ricco di fuoriuscite di idrocarburi e gas naturale – abbiano contribuito a selezionare i microbi che sono poi entrati all’opera. Sarebbe interessante fare lo stesso tipo di analisi in altre zone del pianeta interessate dall’attività estrattiva, soprattutto perché le profondità toccate dalla British Petroleum al largo della Louisiana sono state ormai ampiamente superate. In Uruguay, Brasile e India si è arrivati a oltre tre chilometri sotto la superficie oceanica.

sabato 12 agosto 2017

E' ripartita la campagna di ricerche subacquee "Egadi 2017" tra Soprintendenza e Rpm Nautical Foundation

L'ultimo rostro ritrovato nella campagna delle Egadi 2017

E’ ripartita, con successo, la campagna d’indagini archeologiche in alto fondale, denominata  "Egadi 2017". La Soprintendenza del Mare di Sicilia, in collaborazione con la Rpm Nautical Foundation, ha nuovamente  effettuato una campagna di scavi a partire dal 29 luglio che prosegue fino al 31 agosto nelle acque antistanti le tre isole dell'arcipelago delle Egadi. Queste sistematiche ricerche sono state realizzate con l'ausilio della nave R/V Hercules, che è un imbarcazione oceanografica a posizionamento dinamico, dotata di sistemi di ricognizione elettroacustiche e visive di ultima generazione. L’obiettivo della missione, peraltro realizzato è stato il recupero del  decimo rostro mentre quello riferito al rostro di "Egadi 9", avverrà in seguito e la continuazione della minuziosa ricognizione dei fondali  dove sono ubicati i relitti che si stanno ricercando, proprio a seguito dello svolgimento della battaglia delle Egadi del 241 a.C., che ha concluso la prima guerra punica tra Cartaginesi e Romani. A 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, è stato ritrovato il 12° rostro pertinente la battaglia delle Egadi. La spedizione che l’ha individuato è frutto di una collaborazione internazionale tra la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e la GUE – Global Underwater ExplorerG, effettuando immersioni nell’area già oggetto di ritrovamenti negli scorsi anni da parte della RPM Nautical Foundation. Il team della GUE, sotto il coordinamento scientifico della Soprintendenza del Mare, ha effettuato con due squadre di subacquei immersioni esplorative su linee batimetriche che vanno dai 75 ai 90 metri. Dopo avere documentato il rostro “Egadi 9” già individuato nel 2012 dalla RPM Nautical Foundation e in attesa di recupero, la ricerca è continuata in maniera sistematica sullo stesso areale  dove è stato rinvenuto il nuovo rostro. Il reperto in bronzo, si trova adagiato sul fondo e si presenta integro e in ottime condizioni. A pochi metri dal rostro è stato individuato un elmo in bronzo del tipo Montefortino che si va ad aggiungere agli altri otto ritrovati e recuperati nelle precedenti campagne di ricerca. E’ stato quindi effettuato dai subacquei il posizionamento dei reperti e la documentazione video fotografica. Inoltre per la prima volta i fotografi della Global Underwater Explorer hanno realizzato una fotogrammetria tridimensionale del rostro nel luogo di ritrovamento. Si è ottenuto quindi un modello 3D ad alta risoluzione di grande impatto scenografico ma di notevole utilità per le prime analisi scientifiche. Il recupero dei reperti è stato già programmato per il mese di ottobre 2017. La perfetta sinergia tra la Soprintendenza del Mare e la GUE – Global Underwater Explorer continua a dare risultati eccellenti. Già nel 2014 e nel 2015 da questa collaborazione sono arrivati notevoli risultati dalle esplorazioni effettuate alle Isole Eolie dove sono stati indagati relitti antichi profondi nei fondali di Panarea e di Lipari. Il Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa  soddisfatto di questo ennesimo successo nei luoghi della battaglia delle Egadi. “E’ un risultato eccezionale sia sotto il profilo scientifico, aggiungendo altri reperti a quelli già noti e recuperati che certamente potranno apportare nuovi dati tipologici, tecnici e epigrafici decifrando le iscrizioni che certamente si trovano sui nuovi rostri.  E' un ulteriore rafforzamento dei dispositivo di tutela localizzando i nuovi reperti e, infine, gratifica poiché rende più incisiva e fruttuosa quella collaborazione internazionale che da sempre costituisce uno dei punti di forza più coltivati dalla  Soprintendenza. Ancora una volta si ribadisce la correttezza del percorso metodologico adottato che vede un eccellente esempio di giusto equilibrio fra ricerca strumentale e intervento diretto dell’uomo”. Queste ultime scoperte si aggiungono alle tante effettuate nel passato nel tratto di mare tra Levanzo e Marettimo con la localizzazione esatta del sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell’antichità per numero di partecipanti, circa 200 mila, tra i Romani, guidati da Gaio Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone.  Si chiudeva a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica e, si sancì la supremazia di Roma su Cartagine. Sono tornati alla luce autentici frammenti di storia antica : dodici rostri bronzei di antiche navi da guerra, nove elmi bronzei, centinaia di anfore e reperti di uso comune.