martedì 28 ottobre 2014

Proficua collaborazione della soprintendenza del mare con la GUE

Ricognizioni archeologiche subacquee in alto fondale Pantelleria - Eolie 

Altofondalisti recuperano anfore sul relitto Panarea II
In questo mese di settembre 2014 e’ stata avviata una campagna di ricognizioni archeologiche in alto fondale  nelle acque di Pantelleria, Lipari e Panarea, coordinata per la Soprintendenza del Mare da Sebastiano Tusa e Roberto La Rocca con l’ausilio di Salvo Emma, grazie alla  concreta collaborazione della Global Underwater Explorers (GUE) nell’ambito del suo progetto “Project Baseline” coordinato dal presidente della GUE  Jarrod Jablonski, supportati da Francesco Spaggiari e Mario Arena, con la partecipazione di sponsor tra i quali la Brownie’s Global Logistics (BGL) e il suo presidente Robert Carmichael. Fattiva la collaborazione delle Capitanerie di Porto di Pantelleria e Lipari.Le ricognizioni sui siti indicati dalla Soprintendenza del Mare sono state effettuate con l’impiego dei subacquei alto-fondalisti e due sommergibili “Triton submersibles
Sommergibile biposto Triton
, biposto dotati di braccio meccanico e attrezzature di documentazione video-fotografiche. La nave di 50 metri “Pacific Provider
Pacific Provider
con le più recenti tecnologie per le immersioni tecniche subacquee e  dotata di una camera iperbarica, ha supportato le operazioni di ricognizione. A Pantelleria le ricognizioni subacquee hanno interessato i fondali di Cala Levante, Cala Tramontana e Cala Gadir fino a profondità di oltre 100 metri individuando presenza di anfore di varia tipologia (greco-italiche e puniche).A Lipari e Panarea si è concentrata maggiormente l’attività  sui siti subacquei di Capistello e dei relitti Panarea II e Panarea III.
Relitto Panarea III
A Capistello l’esplorazione ha riguardato l’area del ben noto relitto già sondato in passato il cui carico è stato recuperato a più riprese oltre ad essere stato purtroppo anche saccheggiato. Parte del carico è scivolato più in profondità e sono numerosi i ceppi d’ancora in piombo (alcuni con le contromarre presenti). La presenza di un numero consistente di ancore conferma la caratteristica del sito come luogo di sosta ed ancoraggio lungo le rotte antiche che interessavano l’arcipelago eoliano.L’esplorazione approfondita delle aree circostanti il relitto, hanno evidenziato una porzione lignea della chiglia ancora ben conservata, mentre a circa 120 metri di profondità c’era la base ed il fusto scanalato di unthymiaterion
 Il thymiaterion
in terracotta di cui manca apparentemente il bacino superiore.  
Nella medesima zona, a 80 metri, trovate due anfore già imbracate insieme con una cima legata ad un pallone di sollevamento che dovette collassare impedendo il loro trafugamento.
L’attività più di successo si è avuta sul relitto di Panarea III, già identificato nel 2010 in seguito ad una campagna di rilevamenti a mezzo side scan sonar con la collaborazione della Fondazione Aurora Trust. Si è effettuata la fotogrammetria in 3D dell’intero carico anforaceo ed una accurata documentazione video fotografica ad alta definizione. Analizzando con sistematicità il carico per mezzo del batiscafo e tramite le ricognizioni dei subacquei altofondalisti si sono raccolti interessanti dati. In particolare la maggior parte delle anfore
sono del tipo greco-italico, ma una consistente parte era anche costituita da anfore puniche posizionate su una estremità del carico che ipotizziamo essere la parte prodiera. Si è constatata la presenza di una macina (catillo), di alcuni vasi cilindrici del tipo sombrero de copa (alcuni impilati uno dentro l’altro), alcuni piatti cosiddetti da pesce, altri piccoli piattelli e ciotole  e un thymiaterion intero rotto in due parti con la base modanata recante un’iscrizione in greco. Il resto dell’oggetto è costituito da una bassa colonna cilindrica liscia e da un bacino di grandi dimensioni.
La giacitura del carico porta ad ipotizzare una dinamica di affondamento che portò la nave a coricarsi sul suo lato sinistro. Ciò è desumibile dalla posizione delle anfore e dalla presenza degli oggetti di bordo (piatti, macinathymiaterion, etc.), che dovevano trovarsi in stiva e sulla prua, ribaltati e quasi scaraventati fuori dall’areale di dispersione del carico.
Su indicazione dei tecnici della Soprintendenza del Mare i subacquei altofondalisti della GUE hanno prelevato alcune anfore (un esemplare di ogni tipologia riscontrata nel carico), il thymiaterion, alcuni piatti e piattelli, una brocca, un’olla e due vasi del tipo sombrero de copa. Particolarmente interessante si è rivelato il thymiaterion recuperato poiché integro con decorazione in rilievo sul bordo del bacino costituita da onde marine stilizzate.
La missione è stata un successo aggiungendo una documentazione preziosa per lo studio e la tutela dei relitti summenzionati, recuperando oggetti di pregio che arricchiranno la collezione archeologica subacquea del museo archeologico eoliano L.Bernabò Brea di Lipari, sia per la dotazione di materiale documentario di grande efficacia visiva e didattica , utilissima per le attività strategiche della Soprintendenza del Mare: diffusione della cultura e del rispetto del patrimonio culturale marino e delle immense valenze storico-culturali del mare siciliano nel mondo.
Tale aspetto è stato sottolineato dall’assessore dei Beni culturali e l’Identità siciliana Furnari.
Dati i risultati estremamente soddisfacenti il soprintendente del Mare Sebastiano Tusa e il presidente della GUE Jarrod Jablonski hanno deciso di proseguire la fruttuosa collaborazione anche il prossimo anno nel quadro di una convenzione stipulata sotto l’egida dell’assessorato dei beni culturali e l’identità siciliana della Regione Siciliana.
Essere riuscito a raggiungere un relitto di una nave naufragata 2000 anni fa che si trova nel buio e nel silenzio di 130 metri di profondità -ha dichiarato Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare- mi dato un’emozione indescrivibile. Avere la possibilità, grazie al batiscafo messo a disposizione dalla GUE, di adagiarmi dolcemente sulla distesa di anfore ed osservarle una ad una per oltre tre ore, di “toccarle” con il braccio antropomorfo, è stata una delle esperienze più interessanti della mia vita che mi ha fatto capire quanto la tecnologia possa  aiutare la scienza. Il risultato più eclatante è stata la scoperta di un reperto eccezionale: un altare in terracotta su colonnina con decorazione in rilievo ad onde marine. Avevo letto che a bordo si sacrificava agli dei dopo aver superato un passaggio difficile, prima di salpare o prima di arrivare al fine di trovare genti non ostili. Mai avevo, però, scoperto un vero e proprio altare intuendone la diversità in mezzo a centinaia di anfore.”   




Nessun commento:

Posta un commento